MONILIDARTE: intervista a Dania Corti

Pubblicato il: 18 luglio 2016

«Leggerezza e sintesi sono le caratteristiche che definiscono il lavoro di Monilidarte: un gioco delle forme tra equilibrio e dinamicità, tra il gioiello ed il corpo che lo indossa. Come nella natura non esistono forme identiche, allo stesso modo i nostri monili sono pezzi unici». Così descrivono le proprie creazioni Dania e Francesco, che da oltre un decennio hanno dato vita a una bottega artigiana del gioiello d’autore. Monilidarte si distingue per le linee sinuose e aggraziate, un approccio etico alla produzione e al consumo, l’uso di pochi e studiati materiali che originano delicati contrasti cromatici. Le Artigiane: Monilidarte prende avvio una decina di anni fa da due incontri particolari. Ce ne parli? Dania Corti: Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, pittura, e quando l’ho finita ho intrapreso un viaggio in Sudamerica dove ho conosciuto artigiani che con il filo in metallo realizzavano cose bellissime, plasmando con poco oggetti meravigliosi. E così, tornando, per gioco, ho iniziato anch’io con le pinze e con il filo. È diventato un lavoro quando ho incontrato Francesco, che è il mio compagno: lui già sapeva saldare e mi ha dato una mano a trasformare una bigiotteria in un gioiello. Per me è stato facile: se sai disegnare e fare una scultura è un attimo, viene spontaneo. Che tecniche usi oggi? La lavorazione a cera persa per creare volumi e forme che con la lastra e il filo non riesco a dare; con la cera si può fare qualsiasi cosa. E la combino con altri procedimenti. Intervengo con la saldatura, poi inserisco dettagli originali e ottengo un monile ogni volta diverso, unico. In dieci anni che cambiamenti hanno interessato Monilidarte? Nel design c’è una ricerca continua e le forme si evolvono. Inoltre le collezioni devono sì piacere a me, ma anche alle persone, quindi cerco di capire cosa funziona. Però ho dei punti saldi: il gioiello deve essere comodo, morbido, facile da usare. Ad esempio con le collane lavoro sulla mobilità, non sono statiche, spesso si possono mettere in più maniere o regolare in base al corpo; giocano con le forme di chi le indossa. La tua è una formazione da artista… Sono delle sculture “portatili”? Non amo definirmi un’artista. Faccio gioielli artistici, creativi, di design, ma sono un’artigiana. Ho un’idea dell’arte diversa, anche se nei miei oggetti c’è studio, ricerca, anche un pensiero o un tocco di poesia. Cosa significa essere un artigiano oggi? Il mio essere artigiana è fare pezzi unici, creare un gioiello per ogni individuo. Siamo tutti diversi e mi piace che ciascuno possa scegliere e ritrovarsi in un monile. Spesso interagisco con il cliente che desidera qualcosa di personale dando una mia interpretazione al suo sentire. C’è chi si ritrova nel cassetto la pietra della nonna o l’anello della mamma di cui vuole mantenere il ricordo ma con un design più contemporaneo e dopo una bella chiacchierata realizzo quanto richiesto. In questo momento storico è difficile nel senso che c’è una grossa omologazione e si fa fatica a capire il lavoro. Sul mercato ci sono cose molto laboriose che costano niente… la gente dovrebbe iniziare a chiedersi come mai costano così poco. A parte la produzione in serie, che abbatte le spese ma genera soldatini vestiti tutti uguali, c’è anche il capitolo sfruttamento. Il prezzo dei nostri  gioielli nasce dal costo di gestione dell’attività, dalla materia prima e dalle ore che materialmente impieghiamo per produrre. Per scelta non ci appoggiamo alla grossa distribuzione. Dell’etica avete fatto un principio costante. Riguardo l’inserimento di diamanti utilizziamo “Ethical Diamond”, progetto di importazione etica creato da Francesco Belloni. L’argento che adoperiamo proviene da lavorazioni di recupero di rifiuti industriali. Quando ci troviamo di fronte a clienti che vengono a trovarci nel laboratorio che desiderano realizzare un gioiello su disegno spieghiamo loro l’importanza dell’attenzione etica ed ecologica nei cicli di lavorazione e nella provenienza dei metalli. Da dove nasce la passione per argento, bronzo e rame, costanti nei vostri gioielli? Mi piace l’accostamento dei colori, il bianco dell’argento e il rosso che può essere dato dal rame o dal bronzo. L’utilizzo di un materiale piuttosto che l’altro è determinato dal tipo di lavorazione che si sceglie. Amo giocare con le forme, con i vuoti, i pieni, gli spazi, e con le differenze cromatiche e materiche. La pietra per me è troppo, la vedo come qualcosa in più, crea confusione nel disegno. È una scelta estetica che si avvicina al mio gusto e alla mia ricerca, che parte sempre dal disegno. Il rosso del rame o del bronzo è come una pennellata di colore. Siete in due; come vi suddividete il lavoro? Vi avvalete della collaborazione di altre persone? I gioielli nascono all’interno del nostro laboratorio e sono prodotti esclusivamente da me e il mio compagno. Io sono alla parte creativa, disegno e sto in laboratorio tutto il giorno. Poi c’è Francesco che mi aiuta quando c’è tanto lavoro, salda e lucida. E segue tutta la parte che per un artigiano è sempre difficile gestire: il cliente, il fornitore, decidere quali fiere fare, il commercialista… Adesso avete diverse collezioni in produzione. Quali le caratteristiche e che relazione hanno tra loro? Il mio “slogan” è che il monile non è un oggetto che si appoggia al corpo, ma è un oggetto che gioca con il corpo: il vero gioiello siamo noi, ciò che indossiamo deve solo fare emergere il bello che c’è sotto. Ed è fatto di pieni, vuoti e mobilità. Dando più valore al vuoto è nata la collezione Aria. Però l’essenza dell’uomo è terrena, dunque nasce la collezione Terra, con il metallo più materico, vivo, grezzo. C’è sempre un filo conduttore che le unisce che è dato una continua ricerca sulle armonie della natura. Ad esempio, mi piace l’asimmetria, un’armonia di elementi che agiscono insieme ma non si ripetono. Ci sono dei principi che si combinano e dei pensieri che si rincorrono, che congiungono le diverse collezioni. È una progettazione a tavolino? Ci sono mesi in cui mi dedico maggiormente alla progettazione e mesi in cui produco tutto ciò che ho progettato prima. Ogni anno cerco di realizzare qualcosa di nuovo e questo agire non è pianificato ma è un  mio bisogno, nasce spontaneo. Purtroppo non sempre i miei tempi di progettazione e produzione coincidono con le richieste della rete di distribuzione che abbiamo creato, ma anno dopo anno cerchiamo di aggiustare il tiro. Come vi proponete per farvi conoscere? Fate fiere, vi affidate solo ai negozi? Abbiamo fondato il nostro lavoro sulla collaborazione con i negozi. Le fiere che facciamo sono poche: quelle a cui partecipiamo si svolgono nel territorio a noi circostante. Questo ci permette di farci conoscere dal cliente privato. Mentre per l’acquisizione di nuovi negozi preferiamo cercarli attraverso una nostra indagine poiché ci piace tessere, oltre al rapporto commerciale, anche dei rapporti umani con le realtà che vendono i nostri gioielli. Quali le difficoltà incontrate lungo il tragitto e come sono state risolte? Le difficoltà maggiori sono state quelle di creare una rete di vendita  estesa a livello nazionale. Le ulteriori difficoltà sono quelle che tutti gli artigiani vivono e che sono legate alle liquidità e al ritrovarsi continuamente  frenati  per  nuovi progetti  per mancanza di risorse sia economiche che di tempo. Progetti futuri? Non ho grandi sogni nel cassetto, la cosa che mi piacerebbe mettere in pratica è quella di avere più tempo libero, dare più spazio a quella parte di vita che va oltre al lavoro, linfa vitale per la mia creatività. Perché si dovrebbe scegliere voi? Questa è una domanda che non mi sono mai posta. Sicuramente uno sceglie il nostro gioiello perché gli piace.  Monilidarte non è un brand per il quale si spende pubblicità per divulgarlo alle grande masse, noi siamo due artigiani che vivono del proprio lavoro e che tra l’altro non hanno obbiettivi espansionistici per la loro micro azienda.  Ci piace il piccolo, l’autoproduzione:  se scegli noi è perché scegli di essere diverso.